COMUNE di
   SAN GIOVANNI INCARICO .fr.it

I LONGOBARDI

Le origini del nostro paese:
I Longobardi e la nascita di "Carica"

   Il definitivo abbandono della città si ebbe attorno al 587, quando venne distrutta dai Longobardi, un popolo barbaro violento e grezzo di origine germanica che sotto la guida del Re Alboino vennero in Italia attorno al 568 conquistando i territori della Lombardia, Emilia, Toscana, Umbria (Ducato di Spoleto) e Campania (Ducato di Benevento) mentre il resto dell'Italia rimase sotto la giurisdizione dell'Imperatore bizantino. Fu per ordine del Duca di Benevento Zottone
I che fu distrutta la città di Fabrateria Nova insieme a quella di Atina ed Aquino portando così i confini sul fiume Liri. Gli abitanti della città si sparsero un poco ovunque, alcuni si rifugiarono sulle pendici del nostro monte Formale (Madonna della Guardia) e diedero consistenza all'attuale paese di San Giovanni Incarico (CARICA). Altri si stanziarono presso l'ultima propaggine dei monti Lepini costituendo l'attuale paese di Falvaterra (Fabraterra), un'altro gruppo si trasferì sulla sponda sinistra del fiume Liri ove sorse la cittadina attuale di Isoletta (Insula Pontis Solarati). Tutti e tre i paesi si ritrovarono a far parte dell'agro Aquinate sotto il dominio Longobardo. Inutile dire come fosse stato difficile agli inizi per gli abitanti del nostro paese, vivere quasi in condizioni di schiavitù senza tetto e minacciati dalla fame e dalle malattie. Si entrò a far parte del ducato di Benevento, uno dei più importanti ducati della storia longobarda in Italia. Data la lontananza del governo centrale, non essendo sottoposti alla diretta sorveglianza del Re, divenne quasi un vero stato autonomo.
Il nostro paese cominciò a formarsi lentamente, dando origine al primo nucleo abitato presso l'attuale Piazza Giudea. Le prime abitazioni furono molte povere e servirono solo a ripararsi dalle intemperie. Il paese agli inizi prese il nome di Carica presumibilmente perché le prime le prime abitazioni furono edificate nelle vicinanze di piante di fico. Infatti in latino la parola carica equivale a" fico secco". Questa versione data anche dal Cayro sembra la più verosimile, anche perché sappiamo benissimo come il nostro territorio anticamente era ricco di questo tipo di pianta. Sempre secondo il Cayro che ci fornisce un'altra versione, il nome Carica deriva dalle famiglie fondatrici del paese, dal cognome Carico, quest'ultimo molto in uso nell'Impero Romano tipo Marco Aurelio Carico, Publio Elio Carico, presenti anche tra gli abitanti della stessa Fabrateria Nova. A contrastare queste versioni, ci ha pensato il Cav. Don Gabriele Jannelli che il 07-10-1877 nella commissione conservatrice dei monumenti ed oggetti dell'antichità della Provincia di Terra di Lavoro, affermava che l'origine del nome Incarico aggiunto a San Giovanni non corrispondono alle versioni del Cayro, bensì ad un alterazione come in tante parole del tempo della parola antica Clanica, derivante dal fiume Clani (Liri) che ne bagna la contrada. Nome del fiume in uso sicuramente nel tempo di cui lo Strabone il famoso storico e geografo greco che visse a Roma intorno al 40 a.C. ci ha lasciato traccia e di cui anche Plinio il Vecchio ne emenda il nome. Per lo stesso motivo il monte prese il nome di Formale per i molti sbocchi di acqua che dalle sue falde, andavano a confluire nel fiume stesso. Un'altra tesi attribuisce il nome Incarico al paese di origine del patrono San Giovanni Battista vale a dire Incarim nella Palestina, però questa tesi è scartata da molti studiosi, in quanto il nome del patrono accanto al nome del paese appare solo dopo il 1053, quando il paese venne scisso da Pontecorvo, che precedentemente lo comprendeva come risulta da una scrittura antica conservata presso il Monastero di Montecassino " Castri S. Joannis territoris Pontis Curvi".
Il nostro paese fu sotto il dominio Longobardo per 206 anni fino al 774, quando Carlo Magno Re di Francia ed Imperatore d'Occidente, sconfisse a Pavia Re Desiderio esiliandolo insieme ai suoi famigliari in un convento in Francia dove terminò i suoi giorni. In questo anno Carlo Magno innalzò il ducato di Benevento a principato. Nel 845 il principato si scisse in due dando origine al principato di Salerno che comprendeva tra l'altro il nostro paese. Questo principato a sua volta si divise dando origine al contado di Capua che ereditò cinque dei sedici gastaldati che aveva in possesso. Il più importante gastaldato del contado di Capua fu Sora che era quello con maggiore estensione e geograficamente più lontano da Capua. Per questa maggiore estensione fu divisa in due dando origine al gastaldato di Aquino. Il primo gastaldo di Aquino fu Rodoaldo parente dei conti di Capua. Il nostro paese come Falvaterra ed Isoletta entrarono alle dipendenze di questo gastaldato. Alla morte di Rodoaldo nel 883 gli successe Adenolfo I detto Megalù artefice della costruzione del castello di S. Giovanni Incarico. Il castello doveva servire a difendere la popolazione dalle continue incursioni e devastazione dei Saraceni, popolo di origine araba che provenienti dall'Africa settentrionale dediti soprattutto alla razzia, occuparono prima la Spagna poi la Sicilia dirigendosi subito dopo verso il centro. Fu in quel periodo, dopo che si erano insediati alle foci del Garigliano che intrapresero una serie di saccheggi ai danni soprattutto delle popolazioni delle nostre campagne. Ad Adenolfo I successero nell'ordine di tempo , Rutiperto, Siconolfo I e infine Adenolfo II che fu l'ultimo dei castaldi, ed il primo dei conti di Aquino. La contea di Aquino, preoccupata della crescente influenza che esercitava nella zona il Monastero di Montecassino, si pose in aperta ostilità con l'abbate Aligerno. Questa ostilità si protrasse per molti anni anche tra i successori di Adenolfo II. Infatti Adenolfo III ebbe a contendersi con l'abbate Mansone di Mntecassino, fondatore quest'ultimo del castello di Roccasecca. Il successore Adenolfo IV si contese con l'abbate Richero in lotte durissime che portò alla cattura e conseguente prigionia di quest'ultimo. Però in quell'anno una terribile epidemia scoppiò in Aquino mietendo un gran numero di vittime tra cui il figlio di Adenolfo IV, il conte Siconolfo III che morì di peste. Il popolo credendo che l'epidemia fosse stato un castigo del cielo per le cattiverie subite dall'abbate Richero, volle che terminasse per sempre questa rivalità. Fu per questo che i fratelli Adenolfo V e Landone II andarono a Montecassino a pregare perché cessasse l'epidemia. AdenolfoV promesse pace e fedeltà a Montecassino. Lo stesso Adenolfo V fu nominato Duca di Gaeta, a Landone II gli fu assegnata la contea di Aquino, a Pandone I la contea di Vicalbo (Valle di Comino) ed a Landone III la contea di Pontecorvo. Il figlio di quest'ultimo il conte Giovanni Scinto il 27-07-1066 ebbe l'investitura di San Giovanni Incarico da Riccardo I principe normanno di Capua per la sua fedeltà dimostrata vero di loro avendo favorito al loro successo. Con il feudo presero il nome gentilizio San Giovanni che si tramandarono i vari successori con ereditarietà. Il documento originale dell'atto di donazione è conservato presso l'archivio di Montecassino e venne pubblicato parzialmente dallo Scandone ed in regesti dal Laccisotti. Come si rileva dal Pratillo padre Giacomo Erardo scrivendo di San Tommaso di Aquino tra gli elogi che gli professa, lo chiama conte di Aquino e del castello di San Giovanni. I figli di Giovanni Scinto che ereditarono il nome gentilizio di San Giovanni adottarono una politica diversa da quella del padre, tanto che furono spodestati dai loro possessi dal principe di Capua che donò tutto a Marotta moglie di Goffredo Ridello normanno che fu Conte di Pontecorvo, Duca di Gaeta e Barone di San Giovanni Incarico. I Ridello e i loro successori non tennero per lungo tempo San Giovanni Incarico. In quel periodo nel 1138 durante il pontificato di Papa Innocenzo II, San Giovanni Incarico Isoletta e Falvaterra furono assediate e bruciate. Ma mentre il Papa era a San Germano a festeggiare la vittoria veniva di sorpresa raggiunto dai Normanni e fatto prigioniero insieme alla sua scorta di Cardinali. Successivamente venne liberato, dopo però essersi impegnato a dare l'investitura regale a Ruggero II. Nel 1169 Barone di San Giovanni Incarico troviamo Rinaldo Boccavidello del ramo della casa di Aquino figlio di Adenolfo VIII Conte di Atina. Nel 1170 si verificò un terribile terremoto che fece tuonare da solo le campane del paese senza arrecare però danni alle abitazioni. Ci fu chi disse che quei rintocchi delle campane volessero significare severo ammonimento per le popolazioni restie ad affrontare la lotta in Palestina per la difesa della Chiesa. Fu così che quando ci fu la spedizione in Terra Santa per la III crociata nel 1187, San Giovanni mandò un soldato, un altro per Rio Matrice con l'impegno di mandarne altri quattro. Le truppe capitanate da Federico Barbarossa parteciparono con 600.000 armati. Federico Barbarossa morì annegato nel 1190 nelle acque del fiume Salef in Cilicia regione storica dell'Asia minore, così la spedizione privata del suo valoroso combattente si ritirò rientrando frettolosamente in Italia. A Barbarossa successe Federico II al quale benché avesse solo 4 anni gli assegnarono subito il titolo di re di Sicilia (1198) e di Germania (1212) e fu incoronato Imperatore di Germania nel 1220.Nel 1227 per volere del Pontefice, Federico II partì per la crociata in Terra Santa, ma subito dopo rientro in patria perché colpito da pestilenza. Gregorio IX, ritenendo la malattia una simulazione, gli comminò una scomunica. L'anno seguente nel 1228 Federico II partì nuovamente per la crociata dove ottenne pieni successi. Durante la sua assenza soldati del Pontefice detti chiavisegnati ( a causa dei loro vestiti che portavano impressa sulla parte anteriore la chiave di San Pietro ) occuparono tutti i suoi stati tra cui San Giovanni Incarico che a quel tempo era difeso dal Barone Bartolomeo da Supino. Occupate le città di San Giovanni Incarico Insula Pontis Solarati e Pastena, le truppe papaline avanzarono verso Fondi ma qui trovarono una imprevista resistenza da parte delle forze di Giovanni Poli le quali contrattaccando violentemente le truppe di Gregorio IX le costrinsero ad una disastrosa ritirata fino a Ceprano. Federico II intanto dopo aver partecipato vittoriosamente alla VI Crociata in Palestina, rientrò in patria, ma qui a differenza di quanto sperava, non trovò alcuna riconoscenza da parte del papa, bensì venne dallo stesso pontefice combattuto dato che su di lui ancora pesava la scomunica. Fu così che Federico II indignato dopo essersi vendicato di alcuni suoi seguaci mosse guerra verso il Papa ma una eccezionale inondazione del Tevere attribuita al castigo di Dio, lo fermò alle porte di Roma, proprio quando la vittoria era ad un passo. Nel 1230 i due contendenti si riconciliarono e prima di recarsi ad Anagni per ossequiare il pontefice Federico II, nella cappella di Santa Giusta (Isoletta) venne finalmente assolto da tutti i suoi peccati dal Cardinale Giovanni Di Sabina. Nel 1240 si riaccese la rivalità e Federico II diffidando sempre della correttezza delle truppe del Papa che spesso sconfinavano sul suo territorio decise di fondare una nuova città fortificata che prese il nome di Flagella detta comunemente Civita Flagella. Questo potente fortilizio sorse sulla sponda sinistra del fiume Liri e precisamente sulle alture prospicienti alla città di Ceprano e venne abitata dalla gente dei paesi vicini San Giovanni Incarico Arce Isoletta e Pastena. La città si estendeva dalle colonnelle di Santa Giusta sulle rovine dell'antica città di Fregellae fino alla Civita, a sud di Insula Pontis Solarati. Fu in questo periodo che il nome di Insula Pontis Solarati si tramutò in Isoletta, che etnologicamente sta ad indicare un piccolo gruppo isolato di case oppure opera di fortificazione circondata da acqua. Nel 1243 Federico II soggiornò per alcuni giorni nella nuova città che ebbe un'esistenza molto breve, infatti alla morte di Federico II avvenuta in Puglia il 13/12/1250 Papa Innocenzo IV fece occupare e distruggere la città di Flagella. Questo gesto irriguardoso irritò molto Corrado IV figlio di Federico II e nuovo successore al trono il quale pur non essendo sufficientemente preparato, non esitò ad impugnare le armi contro il pontefice. Nello stesso anno 1254 Corrado morì a lui successe il figlio naturale di Federico Manfredi che cercò subito di portare avanti il suo sogno cioè quello di conquistare l'intera penisola. Ma questo suo sogno trapelato al successore di Innocenzo IV Papa Urbino IV fece correre ai ripari quest'ultimo che gli inviò contro Carlo d'Angiò, Conte di Provenza con 15.000 uomini. Manfredi provvide subito a fortificare la sponda sinistra del Liri presso Ceprano e ne affidò le difese a Riccardo D'Aquino Conte di Caserta e al Gran Connestabile Conte Giordano Lancia. Ma Riccardo Già d'accordo con Carlo d'Angiò, abbandonò la difesa lasciando via libera al nemico, capitolarono senza resistenza Arce con la sua potente Rocca e successivamente l'Abbazia di Montecassino, Pontecorvo, Aquino, S. Giovanni Incarico ed Isoletta. Il 20-02-1266 Manfredi, tradito dallo zio Conte di Maletto e da suo cognato Conte di Acerra venne sconfitto da Carlo d'Angiò e ucciso in combattimento a Gradella presso Benevento. La sua salma qui sepolta fu fatta dissotterrare dall'Arcivescovo di Cosenza Mons. Bortolomeo Pignatelli, per richiesta di Papa Clemente IV e trasportato fuori dal territorio della Chiesa. Fu così che la spoglia del valoroso Ghibellino ( definito dal Dante biondo bello e di aspetto gentile) furono gettate nel fiume Liri nei pressi del ponte di Ceprano. Nel 1267, il giovanissimo Corradino di Svevia, sollecitato da molti notabili, con un esercito di circa di 14.000 uomini, calò in Italia per riscattare la sconfitta subita da Manfredi a Benevento. Nelle vicinanze di Arezzo piegò le forze francesi però poco dopo venendogli a mancare l'aiuto finanziario promessogli da alcuni potenti notabili, fu costretto a ridurre il numero effettivo del suo esercito che si assottigliò a 3000 uomini, fu così che con queste forze inadeguate il giovanissimo Corradino proseguì la lotta , ma inevitabilmente fu sconfitto presso i campi Palentini a Tagliacozzo il 23-08-1268. Fuggito chiese asilo nella Torre dei Frangipani in Astura (Lazio) ma il Conte Jacopo Frangipane lo consegnò a Carlo d'Angiò il quale il 29-10-1268 lo fece decapitare su un palco, appositamente eretto in Piazza del Mercato a Napoli. Lo sfortunato combattente aveva appena 16 anni e la sua sventurata morte suscitò enorme emozione, alla sua memoria Aleardo Aleardi gli dedicò alcuni commoventi versi. A Carlo d'Angiò successe nel 1282 il figlio Carlo II il quale nel 1289 riconosce in Riccardo da Montenegro i diritti su Arpino Fontana, S. Giovanni Incarico, Ambrifi, Roccaguglielma, Ripa di Limosano, Terrazzano e Montesano grazie ad una convenzione stipulata tra Carlo d'Angiò e la Chiesa Romana e concede ai figli del Riccardo in feudo nobile le due baronie di S. Giovanni Incarico e Roccaguglielma. Nel 1296 troviamo come Barone di S. Giovanni Incarico Bernardo Caracciolo fedele consigliere e cameriere di Carlo II. A Carlo II morto nel 1309 successe Roberto d'Angiò, a quest'ultimo nel 1343 successe Giovanna I che morì uccisa nel 1382 da Carlo da Durazzo. In questo periodo troviamo la Baronia S. Giovanni Incarico tra il 1340 ed il 1370 in possesso di Isabella De Apia, figlia di Giovanni De Apia amico di Carlo d'Angiò. Nel 1376 troviamo Barone di S. Giovanni Incarico Nicolò Spinello de Juvenacis figlio di Giovanni Spinello Gran Cancelliere del Regno. La baronia di S. Giovanni Incarico all'epoca doveva estendersi molto e comprendere anche Pico, Castrocielo, Ambrifi, Palazzuolo e Pescosolido. Trovandosi sul trono di Napoli Carlo III di Durazzo, Nicolò Spinello amico di Giovanna I, pensò bene di andarsene fuggendo a Milano presso Gian Galeazzo Visconti. Questa sua assenza fece si, che la Baronia di S. Giovanni Incarico passò nelle mani di Francesco, Conte di Aquino e di Loreto. A Carlo III successe il figlio Ladislao che avendo solo 10 anni, stette sotto la reggenza sua madre Margherita. Nel 1388 la Regina Margherita vistasi poco sicura nella città di Napoli, si ritirò a Gaeta, dove riunì in parlamento tutti i suoi fedeli baroni per decidere le sorti del Regno. Fu in questa occasione che diede al maresciallo Domenico Ruffalo di Siena, la Baronia di S. Giovanni Incarico con annesso il territorio di Isoletta. Domenico Ruffalo secondo quanto afferma Costanzo nella " Storia di Napoli", fu ucciso da Paolo Celano, avendolo sorpreso in intimità con una propria zia, che il Ruffalo aveva rapito e fatta sua, dopo aver scalato il Castello di casa Celano sito in Isoletta. Alla morte del Ruffalo avvenuta per ordine di Ladislao la Baronia di S. Giovanni Incarico con i territori annessi furono ereditati dai figli Luca e Belforte Spinello. Quest'ultimo divenne ricchissimo, datosi al sacerdozio, cumulò le rendite del suo Vescovado di Cassano con quelle lasciategli dal padre e donò al fratello Luca tutto quanto gli spettava facendolo diventare un signore molto potente. Troviamo che attorno al 1393, epoca della morte del padre era signore di S. Giovanni Incarico e Roccaguglielma. Alla morte di Luca Spinello il successore fu il figlio Antonio che mantenne San Giovanni Incarico Roccaguglielma ed Isoletta, mentre le terre di Castrocielo e Pescosolido come ho descritto precedentemente appartenevano a Francesco D'Aquino. Questo fatto fu causa di contesa tra i due signori, dalla quale ne approfittò l'abbate di Montecassino che si impossessò di Castrocielo. Ma Giovanna II sorella di Ladislao, successe a quest'ultimo nel 1414 volle che alla famiglia Spinello gli fosse ridato il possesso di Castrocielo e Pescosolido, in cambio della fedeltà dimostrata nella contesa contro gli Angioini. Antonio Spinello che patteggiò sempre con gli Angioini, anche alla morte di Giovanna II nel 1435 si schierò con questi ultimi con a capo Renato D'Angiò contro il Re Aragonese e di Sicilia Alfonso il Magnanimo, questo gli fece perdere il possesso di San Giovanni Incarico e Roccaguglielma che furono conquistate dalle truppe Aragonesi comandate da Napoleone Orsini. I figli di Antonio Spinello Fabrizio e Nicolò furono fatti prigionieri e le baronie di San Giovanni Incarico e Roccaguglielma restarono nelle mani degli Orsini intanto ad Alfonso I d'Aragona era succeduto nel 1458 Ferdinando I che dopo dolorose vicende si rappacificò con i ribelli, ed in cambio di amicizia ridonò a Fabrizio Spinello le terre che gli erano state tolte tra cui San Giovanni Incarico. Lo stesso Ferdinando I ammise quest'ultimo nel reale consiglio esentandolo dal pagamento dei tributi fiscali. Però in occasione della calata di Carlo VIII in Italia, lo stesso Fabrizio Spinello patteggiò con questo contro il successore del trono di Napoli il Re Ferdinando II detto il buono).
Quest'ultimo dopo aver scacciato i soldati francesi riconquistò il regno di Napoli e punì Fabrizio con la confisca di tutti i suoi beni vendendogli a Michele D'Afflitto suo consigliere e tesoriere. Però la vendita trova l'opposizione di Lancellotto Agnese, maggior domo maggiore di Re Carlo e parente di Fabrizio Spinello, che riuscì a riottenere le due baronie. Nel 1465 in seguito al matrimonio tra Leonardo Della Rovere, nipote del Papa Sisto IV, e la figlia bastarda di Re Ferdinando I D'Aragona, questa portò in dote allo sposo il Ducato di Sora, la contea di Arce e le baronie di San Giovanni Incarico Roccaguglielma, Pico, Ambrifi ed Isoletta. Lo stesso Della Rovere per meglio difendere le sue terre fece costruire un grande castello ad Isoletta presso il fiume Liri sulla strada che unisce San Giovanni Incarico ad Isoletta. Nel 1475 morto Leonardo senza lasciare eredi, il Re per far cosa gradita al Pontefice confermò Giovanni Della Rovere suo nipote a capo di questi territori. Giovanni Della Rovere morì nel 1501, lasciando il figlio Francesco Maria di 11 anni sotto la tutela degli zii Giuliano e Guidobaldo e della madre. Nel 1503 al Papa Giulio II della Rovere successe Leone X De Medici, questo per ingrandire la sua famiglia pensò di impossessarsi dei beni di Francesco Maria con il pretesto che i Della Rovere avevano patteggiato con i francesi, quindi fece si che il Re di Germania sequestrasse ai Della Rovere i territori che possedevano tra cui la baronia di San Giovanni Incarico, che passarono a Guglielmo de Groy Marchese D'Arescoth e conte di Beaumont , cameriere di Carlo V Re di Spagna e Imperatore di Germania. Data l'importanza di queste terre in virtù della loro posizione strategica, essendo sulla strada di Gaeta alle porte del Regno di Napoli, Carlo V pregò Filippo De Groy, che ne aveva ereditato il possesso da suo padre Guglielmo, a restituirle al Regio Demanio. Sembrava che le sorti delle due baronie fosse per sempre decisa, ma non fu così. In occasione del matrimonio tra Margherita D'Austria ed Ottavio Farnese figlio di Pier Luigi nipote di Papa Paolo III (Alessandro Farnese), concessero le due baronie come dote. Nel 1547 il padre di Ottavio fu assassinato, ed il figlio ereditò le due baronie più il Ducato di Parma e Piacenza. Nel 1551 Ottavio Farnese per aver fatto un alleanza con Enrico II di Francia gli furono tolti da parte dell'Imperatore Carlo V tutti i possedimenti e San Giovanni Incarico fu ceduta a Gian Battista Del Monte nipote di Giulio III di casa Del Monte che fu Papa dal 1550 al 1555. Nel1556 il successore di Carlo V Filippo II suo figlio per mantenersi l'amicizia di Ottavio Farnese ed un eventuale appoggio nella lotta contro il Papa ed il Re di Francia, gli fece restituire le terre che gli erano state tolte dal padre. Nel 1586 morirono sia Margherita D'Austria che Ottavio Farnese, la prima lasciando un buon ricordo di se, sia nei possedimenti italiani, sia nei Paesi Bassi dove governava. Suo erede, fu il figlio Alessandro, a lui Filippo II Re di Spagna affidò nelle Fiandre compiti di eccezionale portata. A lui successe suo figlio Ranuccio I fino al 1622. Le due baronie di San Giovanni Incarico e Roccaguglielma erano passate al Duca di Parma e Piacenza Odoardo Farnese, però questo come i suoi predecessori nella guerra tra Spagna e Francia si schierò con questi ultimi, costringendo Filippo IV di Spagna a togliergli i possedimenti che aveva nel Regno tra cui San Giovanni Incarico. Queste terre furono messe in vendita con decreto della Regia Camera 11-02-1636. Le due baronie furono stimate 98359 ducati, 9 carlini, 2 grana. Il 12-04-1636 con decreto del Regio Collatelare Consiglio furono concesse al Re di Polonia per 85000 ducati. La Regia Corte decise anche di togliere il sequestro dei beni che Odoardo Farnese aveva sui possedimenti nel Regno di Napoli. Odoardo cercò di farsi restituire i suoi beni che gli erano stati confiscati da Filippo IV dopo tante dispute gli agenti del Farnese d’accordo con il Re di polonia decisero di vendere le terre di Nola e Guardiagrele e con il ricavato della vendita riscattare San Giovanni Incarico Roccaguglielma e Pico. La vendita fruttò 95440 ducati ma il riscatto delle baronie non ebbe luogo. Nel 1646 Odoardo Farnese morì, a lui successe il figlio Ranuccio II che non smise mai di insistere perché venisse la sua casa in possesso delle baronie di San Giovanni Incarico Roccagulielma e Pico ma a questo progetto ci fu sempre la negazione della casa di Polonia. Il Regno di Napoli in quel periodo passava tristi giorni oppresso dal governo spagnolo. Le alte cariche dello stato erano ricoperte dagli stessi spagnoli ed enormi erano le imposizioni che gravavano sulla popolazione, i viceré e i governatori avevano potere assoluto e condannavano al carcere tutti quelli che non vedevano di buon occhio, la giustizia era corrotta le campagne erano infestate da briganti. Il malcontento regnava tra la gente, stanca di questi soprusi; dal malcontento alla sollevazione il passo fu breve e nel 1647 prima Palermo e poi Napoli insorsero. A capo della sommossa a Napoli ci fu un certo Tommaso Aniello (1620-1647)detto Masaniello di professione pescivendolo, con il vizio del contrabbando. Egli in poco tempo si trovò ad essere l'arbitro di Napoli ed il vero padrone della città, aiutato anche da personaggi della borghesia napoletana tra cui l'abate Giulio Genoino, che si servirono di lui per ottenere l'appoggio del popolo. Lo stesso viceré il Conte D'Arcos lo riconobbe capitano generale della città. Però questa sua rapida ascesa verso gli onori delle cronache, turbò la mente del povero Masaniello, che iniziò a condurre una vita agiata, piena di vizi, facendo si che le persone che l'avevano aiutato a raggiungere il potere lo presero in odio, fino a trucidarlo nel luglio del 1647. La sua morte contribuì a fare di lui l'emblema del difensore della libertà napoletana. Da Napoli la sommossa si propagò presto, verso le province. Anche San Giovanni Incarico ebbe il suo eroe, un certo Domenico D'Aloysio o Colessa, soprannominato Papone, che da Caprile suo paese di origine era venuto a San Giovanni Incarico come guardiano di mandrie. Da semplice pastore fu capace di costruire un vero e proprio esercito fino a diventare generale della Serenissima Repubblica della città di Napoli con 8.000 uomini alle sue dipendenze. Egli con i suoi uomini conquistò Sora, Teano ed altre terre, tenendo in apprensione il governo spagnolo che cercò in tutti i modi di contattarlo per cercare di arrivare a compromesso. Ma lo stesso Papone forte del suo esercito e rafforzato dalle sue idee rifiutò ogni accordo e si spinse verso l'assedio di Sessa. Da questa battaglia ne uscì sconfitto decretando la fine dello stesso Papone. Fu così , che i paesi che si erano ribellati al governo spagnolo si trovarono a vivere momenti difficili, che ad aggravarli contribuì il terremoto del 23-07-1654 che provocò gravi danni a San Giovanni Incarico ed ai suoi abitanti. A Ranuccio II figlio di Odoardo Farnese successe il figlio Francesco che seguendo le orme del padre, cercò in tutti i modi di rientrare in possesso della baronia di San Giovanni Incarico chiedendola direttamente a Carlo IV di Napoli. In quel periodo troviamo usufruttuaria della baronia, Anna di Baviera. Nel novembre del 1700 morì Carlo II di Spagna senza lasciare eredi. Questo fatto scatenò la terribile guerra di successione spagnola durata dal 1707 al 1734, che finì con i trattati di Utrecht (1713), Rastatt e di Baden (1714) che portarono alla fine della dominazione spagnola in Italia. La Sicilia fu assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia, che prese il titolo di Re. L'Austria ebbe il ducato di Milano, il Regno di Napoli, la Sardegna ed il Ducato di Mantova. In questi anni si ingaggiò una lotta tra la casa Farnese ed i nuovi insediati austriaci, infatti morto Francesco continuò Antonio Farnese a richiedere il possesso della baronia di San Giovanni Incarico.