COMUNE di
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I BORBONE ED IL BRIGANTAGGIO

Le origini del nostro paese:
I Borbone ed il brigantaggio

   Alla morte di Antonio il cognato Carlo III di Borbone (1716-1788), figlio di Filippo V di Spagna ed Elisabetta Farnese, messosi a capo di un esercito ben assortito avanzò verso la conquista del Regno di Napoli, che avvenne nel 1734 e del cui Regno fu Re dal 1734 al 1759 con il nome di Carlo V.
In quel periodo entrò in possesso della baronia di San Giovanni Incarico, che insieme ad altri possedimenti tenuti dai Farnese, assunse il nome di Stato Farnesiano. Nel 1759, quando salì sul trono di Spagna, lasciò i possedimenti italiani al suo terzo figlio Ferdinando I di Borbone (1751-1825), che prese il nome di Re di Napoli con il nome di Ferdinando IV (1759-1806) (1815-1825). Salito al trono ad appena otto anni governò per altrettanti anni sotto la reggenza del ministro Bernardo Tanucci. Nel 1768 sposò la figlia di Maria Teresa d'Austria, Maria Carolina, che esercitò un'influenza notevole su di lui, tanto da spingerlo a distaccarsi politicamente dalla Spagna per riavvicinarlo prima all'Austria ed in seguito alla Gran Bretagna. Lo stesso Ferdinando I fece costruire a sue spese nell'attuale piazza Borsellino Falcone la Fontana Borbonica come attesta la lapide Clicca qui per guardare la foto impressa sulla facciata che ricorda Ferdinando IV quale Re di Napoli.
Inizialmente la fontana era esposta a Sud Ovest, Clicca qui per guardare la foto fu poi spostata più tardi precisamente nel 1953 nella posizione attuale Clicca qui per guardare la foto, inoltre fece piantare quattro platani Clicca qui per guardare la foto al centro dell'attuale piazza Regina Margherita, questi alberi diventarono nel dopo guerra un'attrazione per tutti i visitatori che arrivavano nel nostro paese, oltre che un punto di incontro per tutti i cittadini Sangiovannesi. I platani avevano raggiunto dimensioni gigantesche, ricordo ancora oggi che ci volevano sette bambini con braccia allargate per cingerlo tutto intorno, però come tutte le cose belle arrivò la fine anche per questi alberi, infatti nel 1973 gli amministratori del tempo giudicandogli pericolosi per pubblica incolumità decisero di tagliarli nonostante il parere contrario della totalità dei cittadini di San Giovanni Incarico. Alla morte di Ferdinando I avvenuta il 4-1-1825 gli successe il figlio Francesco I che purtroppo decedeva subito, dopo cinque anni di regno, nel novembre 1830. A lui successe il figlio Ferdinando II (1810-1859), uomo di carattere fondamentalmente tirannico, esteriormente appariva molto buono di spirito partenopeo, doti queste che attiravano su di se le simpatie della gente. Di tali qualità egli si serviva per sedurre con inganno, fu soprannominato Re bomba dopo che il 15 maggio 1848 aveva fatto bombardare Napoli per reprimere un'insurrezione e per lo spietato bombardamento di Messina avvenuto il 7 settembre dello stesso anno. Dal Gladstone fu definito "negazione di Dio" per le ignobili persecuzioni contro i liberali. Oltre all'appellativo di Re bomba gli fu affibbiato anche quello di Re burlone, per il fatto che spesso in preda ad euforia, dimenticava il suo alto rango e si abbandonava a linguaggi poco consoni alla sua persona. Per sua volontà per migliorare i collegamenti a nord del suo regno nel 1856 fece costruire a spese dello stato la strada che congiungeva Sora a Gaeta, con il grandioso ponte sul fiume Liri con i cinque archi contrassegnati da quattro gigli, stemma di Casa Borbone. La strada fu chiamata Civita Farnese per il santuario della Madonna della Civita dove la strada passava. Per sua volontà nel 1859 fu fatta costruire presso questa strada in località capomazza una fontana per il ristoro delle persone e degli animali, la stessa fontana fu poi divisa e spostata successivamente presso l'attuale viale rimembranza dove oggi si può ammirare Clicca qui per guardare la foto. Al Re Ferdinando II morto nel 1859 successe il figlio Francesco II detto Franceschiello di carattere molto debole e timoroso non seppe mai prendere una decisione consona a periodo burrascoso in cui regnò. Nel frattempo l'impresa garibaldina avanzava vittoriosamente, trovando adesioni anche negli ambienti militari borbonici, il giovane Franceschiello poco esperto militarmente fu subito vinto e costretto a rifugiarsi prima nella fortezza di Capua e Gaeta e poi definitivamente in Austria. Con l'occupazione di Messina avvenuta il 13 febbraio 1861 cessò lo stato Borbonico delle Due Sicilie ed il territorio venne annesso al nuovo stato italiano sotto il regno di Vittorio Emanuele II di Savoia detto re galantuomo. Alcuni seguaci borbonici non rassegnati alla sconfitta cercarono di riorganizzarsi mettendo su quello che era rimasto dell'esercito di Franceschiello e tentarono una insurrezione che sfociò con alcuni gesti di brigantaggio, compiuti principalmente da una banda di canaglie, comandata dal famigerato Luigi Alonzi, detto Chiavone, soldato dell'esercito borbonico oltre che Guardaboschi del comune di Sora. Quest'ultimo si fece chiamare generalissimo dell'esercito borbonico. Uomo rozzo e prepotente, ambizioso ed avido di denaro terrorizzo in quegli anni le popolazioni del basso Lazio costringendole a vivere serrate in casa con la paura di essere derubate. Il suo esercito formato soprattutto da ex galeotti fece razzie nelle nostre zone. Il 5-05-1861 questa banda assalì il paese di Monticelli trucidò il Sindaco, incendiò alcune case e proclamo nel paese la restaurazione del governo borbonico, ma il sopraggiungere dell'esercito italiano da Fondi e Gaeta costrinse la banda e lo stesso Chiavone a disperdersi sulle nostre montagne. Nel novembre del 1861 questa banda dopo aver terrorizzato il vicino paese di Isoletta assalì il castello medioevale Clicca qui per guardare la foto presidiato in quel momento da soli 18 uomini comandati dal sergente Cobelli Eracliano. Quest'ultimo riuniti tutti i soldati tentò una coraggiosa resistenza, fino a che l'esercito di briganti formato da circa 450 uomini, scassinando le porte e le finestre entrarono all'interno del castello occupando l'intero edificio. Fu a questo punto che il sergente ordinò la ritirata passando tra le file dei briganti, facendosi largo con le baionette. Morirono 8 soldati tra cui il soldato Bartolomeo Casella di Pallanza da poco arrivato presso il 43° regimento in difesa del castello. Costui poteva salvarsi con i suoi compagni ma vedendo una bandiera tricolore che sventolava su una casa vicina per salvarla cercò di staccarla ma una raffica di colpi di fucile lo lasciò inerme steso in terra con la bandiera sul corpo. Con la stessa bandiera la sua salma fu sepolta dai propri compagni nella chiesa di Isoletta. Il sergente Cobelli Eracliano fu decorato con la medaglia d'oro al valore militare. Trovato facile successo la banda dei briganti si diresse verso San Giovanni Incarico ed aiutate dal bandito del luogo il malvagio Coccitto assediò il paese. Ma durante le ore di terrore i militari che erano fuggiti dal castello di Isoletta seppero chiedere aiuto all'esercito italiano che sopraggiunse da Pico con una intera compagnia del 43° Reggimento di Fanteria comandati dal Capitano Cesare Gamberini che ebbe il sopravvento sui briganti uccidendone 57. Oltre gli 8 soldati quel giorno il 43° reggimento dovette contarne un altro più 4 feriti. Lo stesso Capitano Gamberini fu decorato della Croce di Cavaliere di Savoia ed il comune di San Giovanni Incarico di cui era Sindaco Baldassarre Tasciotti lo nominò cittadino onorario. Durante l'incursione dei briganti furono assalite e saccheggiate diverse abitazioni. Anche l'alloggio del farmacista Ottavio Tasciotti fu derubato, ma qui accadde un episodio insolito, un gruppo di otto briganti comandati da un certo Antonio Perna di Castelliri ma abitante ad Isoletta mentre si accingeva a ricevere il denaro, riconosceva la moglie del Tasciotti la signora Maria Amelia Maenza, generosa benefattrice dei suoi familiari residenti a Castelliri e coloni della stessa famiglia. Il fuorilegge pentitosi di quanto stava per fare, si inchinò chiedendo scusa e perdono alla padrona, prendendo la via per la fuga. Del gruppo di briganti che assalirono il castello di Isoletta l’undici novembre 1861 e si diressero verso San Giovanni Incarico fece parte un nobile belga di Namur, un certo marchese Alfredo di Trazégnies. Capitano nell’esercito belga si arruolò con la banda Chiavone con lo stesso grado di capitano. Uomo di trent’anni di bella e distinta presenza, di maniere disinvolte e nobili, alto, pallido con capelli e barba nera vestiva elegantemente con costumi da caccia, era armato di revolver,di un magnifico pugnale e una carabina dell’esercito italiano. Giunse a Roma i primi di ottobre del 1861 raccomandato all’Abate Bryan, ed il giorno 7 novembre partì per propria volontà da Roma per unirsi alla banda del brigante Chiavone. Nell’interrogatorio che subì prima di morire, raccontò i motivi della sua partenza da Bruxelles in questa occasione scrisse un biglietto nel quale dichiarava la sua parentela con la contessa Di Montalto, moglie dell’ambasciatore del Re d’Italia Vittorio Emanuele II presso la corte dei Re dei belgi. Nel suo portafoglio si rinvennero delle note letterarie e scientifiche scritte di propria mano, molti recapiti di persone note, alcune lettere di creditori di Bruxelles, una lettera affettuosa e malinconica di sua sorella Erminia, una ciocca di capelli, ed il ritratto di una bella nobile e distintissima signora.Sempre dalle carte ritrovate risultava che egli aveva servito ottimamente l’esercito belga. Sembra che l’unica disgrazia di quest’uomo fosse l’essersi dedicato in gioventù al gioco d’azzardo e alle belle donne che gli avevano compromesso parte del patrimonio personale. Del resto grande letterato pittore poeta, i suoi versi ed i suoi scritti testimoniavano l’impronta di un anima leale e gentile. Qualcuno affermò che Trazégnies fosse stato ingannato da alcuni preti di Roma e da un suo parente altolocato il quale con false promesse lo aveva indotto a recarsi sulla frontiera pontificia. Una volta arrivato a d Isoletta e compiuto l’eccidio del castello si diresse verso San Giovanni Incarico dove cominciò ad incitare il popolo verso la lotta, l’incendio e lo sterminio cose che sicuramente non facevano parte dell’animo di quest’uomo ma trovandosi immischiato con quell’orda assassina si lasciò trasportare facilmente dagli eventi. A San Giovanni Incarico egli si rifugiò nella casa di Felice Fiore cercando di convincere quest’ultimo a non denunciarlo e a non farlo consegnare alla guardia nazionale in cambio lui gli avrebbe offerto una somma in denaro. Ma gli inquilini dell’alloggio non fidandosi del fuorilegge lo fecero catturare e siccome venne trovato con le armi impugnate venne ucciso all’istante insieme con altri tre briganti dal militare Scipione Fabrizio. Quel giorno a San Giovanni Incarico ne furono ammazzati complessivamente 57.Quindici giorni dopo la sua morte venne a San Giovanni Incarico una delegazione francese, composta dal maggiore Grégoire che comandava le truppe francesi distaccate a Frosinone, dal capitano Bauzil comandante a Ceprano e dall’Abate Bryan, per assistere all’esumazione e prendere il cadavere del Traségnies, che doveva essere restituito alla propria famiglia in Belgio.Quando fu scoperta la fossa e riconosciuto il cadavere del marchese, l’Abate Bryan rimase molto Dispiaciuto, nel vedere che la salma era stata sepolta insieme ad altre tre persone (briganti).Il capitano italiano che aveva fucilato il Trazégnies e assisteva come testimone alla esumazione,rispose all’Abate, che meglio non lo si poteva onorare, dato che lo avevano accomunato agli amici che aveva di sua volontà scelto. L’Abate aggiunse che conoscendolo bene, poteva solo parlare benedel marchese, che era stato un buon cristiano meritevole di ogni rispetto, al che il capitano rispose:Io non credo che la religione cristiana insegna ad uccidere gli innocenti, a bruciare e saccheggiare città.Il cadavere fu messo in una bara, furono compilati i verbali e pagate le spese al municipio. Grande opposizione a questa delegazione fu fatta dal maggiore Salvini, che rappresentava l’autorità Regia sul posto, al quale chiedevano la cancellazione sui documenti dell’appellativo di brigante.Il feretroPartì in direzione di Ceprano destinazione Namur, paese di nascita del marchese in Belgio.Con la morte del Chiavone, fatto fucilare si dice dal suo antagonista Tristany, ebbero fine gli eccidi, i ricatti e le persecuzioni che la banda era solita mettere in atto soprattutto al calare della sera. Il 25-02-1863 fu inaugurata la stazione ferroviaria di S. Giovanni Incarico-Isoletta al 113 Km da Roma, il primo treno partì da Roma alle ore 6,ed arrivò nella nostra stazione alle ore 12.10, proseguì per Napoli per arrivare alle ore 19.50 con un ritardo di 1°26' di ritardo sull'orario preventivato. La stazione visse anni di fervore soprattutto quando nel nostro paese si scoprì un importante giacimento petrolifero intorno al 1872. Qui veniva caricato su vagoni cisterna e spedito nel vasto territorio italiano per la distribuzione. Questa stazione oggi non è più visibile, in quanto nel novembre 2000 è stata distrutta per far posto alla nuova ferrovia per il treno alta velocità, che dovrebbe far raggiungere le città di Roma e Napoli in 1h e 30min. L'attuale stazione è stata ricostruita di fronte alla vecchia. Ritornando a parlare del giacimento petrolifero si sa per certo che il primo pozzo in cui si rinvenne grande quantità di greggio, fu scavato il 5-9-1872 dalla società italiana miniera petrolifera Terra di Lavoro, nell'attuale contrada che oggi prende il nome di via petrolio. Questo avvenimento fu descritto dal sacerdote, scrittore nonché illustre geologo Antonio Stoppani nel suo notissimo libro " Il bel Paese ."Il 12-9-1877 il Direttore tecnico della società, aveva fatto scavare fino ad una profondità di 40 mt. Il petrolio ribolliva dalle viscere della terra emanando un grosso rumore dal fondo. D'un tratto il petrolio cominciò ad uscire fino a raggiungere 4 mt di altezza, il flusso era continuo e la quantità di petrolio sempre più consistente. Grande fu la soddisfazione di tutti coloro che vi lavoravano, il petrolio veniva estratto convogliato in condotte fino a raggiungere la vicina stazione. Ma il 15-08-1877 accadde un episodio alquanto sconcertante, per manifesta volontà dei lavoratori si volle rispettare il giorno di festa di ferragosto, quindi si decise di tappare con grossi tronchi i buchi dei pozzi per evitare che il petrolio fuoriuscisse. Questo gesto tanto impulsivo, quanto sconsiderato ebbe delle ripercussioni molto negative, che portarono alla scomparsa del greggio da questi pozzi. Vari tentativi furono fatti successivamente per portare alla luce quell'enorme quantità di petrolio che precedentemente sgorgava, ma malgrado vennero scavati trentacinque pozzi, le cose non migliorarono molto. Non venendo estratta una grandissima quantità di greggio e non essendo competitivi a livello economico con gli altri paesi produttori si decise nel dopo guerra di chiudere definitivamente la miniera. In una foto dell'epoca Clicca qui per guardare la foto è possibile ammirare i numerosi pozzi sparsi nella campagna tra le attuali vie Piloni e via Petrolio.